Questo studio, in sei puntate, vuole essere lo spunto, attraverso immagini, storie e descrizioni, per focalizzare l’attenzione sui livelli di mascheramento che danno luogo alla vergogna; sui livelli del Sé e sul senso di coesione permesso anche dalla vergogna; infine, si vuole lasciar venir fuori la contraddizione insita nella comune accezione della vergogna: secondo il luogo comune ci si vergogna quando ci si vede denudati, smascherati improvvisamente. Osservando più da vicino questa emozione si intuisce invece che la vergogna, più propriamente, è vergogna della maschera e non della nudità. E' la maschera che, percepita, suscita un senso di deformazione e di perdita della forma adeguata con cui rappresentarsi agli altri.
La parola vergogna deriva dal latino vereor, che significa rispetto, timore rispettoso, mentre il corrispettivo inglese, shame, si ricollega alla radice indoeuropea kam, che significa nascondere, coprire. La vergogna è l’affetto per cui si sente di essere inadeguati a ricevere rispetto e, in un contesto più o meno intimo, di non essere apprezzati per alcuni comportamenti o aspetti.
La vergogna in sé non definisce il grado di sanità o di patologia psichica; la protezione, il nascondere qualcosa di sé agli altri è un’azione comune e serve a preservare il confine di sé. Ogni cultura può nutrire una vergogna alimentando la formazione di alcune maschere; per cui laddove in una cultura un comportamento è indice di civiltà, in un’altra è indice di rifiuto o di vergogna. Il tema tuttavia non è così semplice: la vergogna ha connotati complessi e ambigui.
Se ci avviciniamo a esplorare le radici della vergogna, vediamo che questo affetto si apre e si manifesta in seguito ad una più o meno massiccia negazione del sé. Essa può avvenire a più livelli dal più al meno sovrastrutturato; eppure, come in una scala ad ottave ad ogni nuova nota suonata risuonerà un po’ anche la corrispettiva della scala superiore ed inferiore.
Inizierò ad esplorare le accezioni della vergogna a partire da u

n’immagine che la rappresenta in alcuni aspetti: una carta dei 22 arcani maggiori dei tarocchi marsigliesi, la Papessa. Scelgo questa per alcuni importanti nodi, sebbene, per altri aspetti, tutte le carte marsigliesi possano dire qualcosa di lei, la vergogna.
La lettera ebraica associata alla Papessa2 è Gimel, che vuol dire cammello, la sua signoria è la Luna, legata al mito di Ecate ed il numero di contrassegno, 2.
Il numero due rimanda alla gestazione ricettiva dopo il primo impulso creativo, come anche la Luna è ricettiva rispetto alle maree ed al ciclo mestruale femminile. Il luogo del cammello è il deserto ed il fardello di se stesso è pesante, se pensiamo alle due gobbe sulla schiena. Questi dati basterebbero ad intuire la sua storia, che da molti taroccologi è stata così raccontata: è una donna che, durante il suo sacerdozio femminile, tiene nascosto il segreto di una gravidanza, che non può svelare perché inammissibile per l’abito che porta e per la sua scelta di castità.
Nella ricostruzione dell’immagine operata da Jodorowsky e Costa si può osservare che la Papessa, che tiene tra le mani un libro aperto, sta covando: “La prima donna degli Arcani maggiori è come rinchiusa, seduta accanto a un uovo bianco come il suo volto ovale. E’ in una doppia gestazione: dell’uovo e di se stessa. Simbolo della purezza assoluta, la Papessa rivela quella parte intatta di noi stessi che non è mai stata ferita né toccata, quel testimone immacolato che ci portiamo dentro, a volte senza saperlo, e che rappresenta per ciascuno di noi una miniera di purificazione e di fiducia, una foresta vergine ancora da sfruttare, fonte di potenzialità”3. Se l’uovo è destinato a schiudersi la Papessa, come la Madonna, può rappresentare solo uno stadio di purezza generato dalla dolce solitudine. Essa può rimandare, per un uomo o una donna, al puro istinto di protezione che salvaguarda la solitudine, la purezza del sé. Ma l'ovale bianco dell'uovo e del volto può significare anche rigidità o ossessione.
La papessa può rappresentare anche chi si è arroccato anzitempo nello studio interiore, fuggendo dall’impegno di essere se stessi nel qui ed ora e di esserlo nel mondo, o chi è fallito ed ha ritirato con frustrazione l’impulso ad agire; colui o colei che diventa sempre più inetto a comunicare con gli altri e che coltiva un uovo che non nascerà mai. Questo suo compito o questa natura si può trasformare in apatica non azione, mancanza di espressione di sé.
Tornando alla vergogna come affetto viene da chiedersi qual è il limite del piacere e del dolore. La Papessa che non parla per saggezza, o perché è immobilizzata dalla vergogna.