CONSULENZA PSICOLOGICA / VERGOGNA E CONTATTO - PARTE II

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VERGOGNA E CONTATTO - PARTE II

VERGOGNA E CONTATTO - PARTE II

La libbra del piacere e il ritrovamento di sé.

 

La vergogna, a livello semplicemente psico-corporeo, è uno stato di contrazione. Può avere una funzione di semplice protezione, o di difesa massiccia e, attraverso rigidità, sostituzioni progressive o proiezioni, può dar luogo a emozioni più violente: l’umiliazione, la rabbia, il furore, la mania, la persecuzione.

La vergogna è presente nei miti culturali e nella cultura morale essa è estesa e diffusa. E’ facile notare, nei quotidiani utilizzi della parola vergogna, quanto sia grande il suo peso: negli slogan, nelle manifestazioni, negli imperativi atti a giudicare e a provocare l’altro. Basta nominare l’emozione per ferire, sperare di irrompere nella barriera dell’altro: “Vergognati! …dovresti vergognarti …sei la vergogna dell’umanità …Vergogna! …non ti vergogni? Espressioni, tutte, che hanno un carattere incriminatorio, ma colpiscono nell’intimo e possono voler dire qualcosa come: mani in alto! …vilipendio! Le manifestazioni e i partitismi, gli ideologismi accusatori, possono avere l’intento di mettere allarme su una questione e, anche, forse, di liberarsi tramite una proiezione di massa, di allontanarsi, dalla propria vergogna; si rompe l’argine di protezione dell’altro per fuggire dalla possibile rottura del proprio.

Ma perché la parola detta ha tutto questo peso? La vergogna è una delle emozioni ricorsive, si autoalimenta, così una persona che arrossisce davanti a tutti, o sta per farlo, ha vergogna di vergognarsi. E così come chi ha paura della paura, quando una persona si accorge che potrebbe provare vergogna, si difende con atti compensatori di pseudo-fortificazione. Irrigidendosi poi in tali difese non si nutre il proprio sé e il proprio essere nel mondo, cosa che aumenta la fragilità e il bisogno di aumentare le difese; è quindi un circolo vizioso: le difese dall’emozione, in quanto barricamenti al libero fluire, danno una autopercezione distorta e impediscono l’autoespressione; questa nuova fragilità chiama nuova forza per la sovrastruttura difensive. Come è stato notato da più parti: “si crea un circolo vizioso in cui l’ingorgo potenzia l’armatura”1.

E’ l’identificazione stessa con una cultura che genera la divisione del pensiero che diventa giudicante rispetto all’essere individuo. Anzi, come fa notare Lowen, anche il superamento di alcuni tabù, come quello sessuale, non fanno altro che spostare la vergogna su altri piani per creare altri tabù: “Rifiutando un valore dell’Io, eliminiamo la vergogna che si riferisce esclusivamente a questo valore. Ma si instaurano nuovi valori che formano i principi di un altro status, dando luogo a sensi di vergogna nel caso in cui il proprio comportamento non riesca a conformarsi al nuovo modello”2.

Al livello del campo psico-relazionale come quello familiare l'emozione, come anche il nucleo difensivo, si fa più densa e concentrata. Lo status sociale di una famiglia può essere soggetto a tale controllo che i figli hanno il grave compito di conservazione o, spesso, di restaurazione del livello di nobiltà perduta. Per questo è anche frequente il diktat “sei la vergogna della famiglia”.

Mattei e Craia a livello evolutivo vedono i “ sentimenti di vergogna come risultato dialettico tra l’io e il non-io”. Allora la nascita della vergogna ha luogo solo dopo la costituzione di un io emergente: “prima di questa consapevolezza della distinzione del proprio corpo dal corpo dell’altro (…) non vi può essere vergogna, in quanto essa è già espressione di un carattere che a sua volta presuppone non solo un io “che esiste”, ma che si sia strutturato in maniera disarmonica. Ha quindi cominciato a corazzarsi, ancorandosi a certe fasi evolutive, bloccando certi livelli e imprigionando in loro la propria energia vitale” 3. Seguendo la prospettiva bioenergetica la disarmonia nasce, nel corpo vissuto, quando le emozioni che vengono inibite creano tensioni muscolari tali da bloccare l’energia vitale e quindi limitare le “capacità espressive ed espansive dell’individuo”4.

Il terreno della vergogna è specificamente di tipo relazionale e le auto ed etero percezioni su cui si basa sono legate soprattutto alla vista, allo sguardo. Il percorso evolutivo del primo rapporto madre-bambino, quindi può essere determinante, per l’analisi del fenomeno ‘vergogna’. Anna Maria Pandolfi ha condotto uno studio sulla vergogna dove rende chiari i rapporti dimensionali tra vergogna, sguardo e senso del confine. Scrive a proposito: ”C’è lo sguardo che, vedendo in modo amoroso e approvante, ci fa esistere e fonda il nostro narcisismo di vita. Ma c’è anche lo sguardo che non vedendo o vedendo solo se stesso come Narciso, ci annulla, o che vedendo in modo costantemente critico ci svaluta e ci squalifica, o ancora che vedendo in modo distruttivo, come Medusa, ci uccide”5. Il rapporto con la madre sarà essenziale, come campo interpersonale in cui nasce e cresce il senso del confine del figlio. Qualora il senso di confine è avvertito ed è anche gestibile, “l’imbarazzo e la vergogna sono importanti regolatori di una buona distanza anche in senso fisico nella relazione, massime in tema di sguardo (…ma) nelle persone con difetti di identità e con confini del Sé tendenzialmente precari, una eccessiva vicinanza intersogettiva produce, come è noto, il timore di essere invasi. (…) Guardare ed essere guardati significava per una paziente precipitare nell’altro ed essere inghiottiti. Ma anche solo fissare un oggetto significava fondersi irrimediabilmente con esso”6. Una persona che non riesce a regolare la distanza rispettando i propri tempi di evoluzione, i propri bisogni di protezione o di espansione, si trova in una condizione di autoimposizione che lo deforma nell’essenza. La vergogna nasce proprio da una autodeformazione.

 

1 E. Mattei e V. Craia, Il corpo e la vergogna, Genesi, dinamica della vergogna e blocchi psicocorporei in una prospettiva reichiana, Ed. Magi, cit. p. 49

2 Ivi, cit. pp. 171,172

3 Elisabetta Mattei, Vittorio Craia, Il corpo e la vergogna. Edizioni Magi, cit. p. 21

4 Ivi

5 Anna Maria Pandolfi, la vergogna. Un affetto psichico che sta scomparendo?, ed. Franco Angeli, cit. p. 73

6 ivi, cit. p. 71

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