CONSULENZA PSICOLOGICA / VERGOGNA E CONTATTO - PARTE III

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VERGOGNA E CONTATTO - PARTE III

VERGOGNA E CONTATTO - PARTE III
La libbra del piacere e il ritrovamento di sé.

Il terreno della vergogna è specificamente di tipo relazionale e le auto ed etero percezioni su cui si basa sono legate soprattutto alla vista, allo sguardo.Mancando il primo sguardo amorevole, di riconoscimento, il bambino avverte quel senso di vuoto di sé, come un sentirsi senza corpo e senza faccia. Riconoscere a posteriori questo vuoto è un percorso difficile per chi si ritrova ancora, da adulto, a “perdere la faccia”. Il volto è l’aspetto del corpo più coinvolto nella vergogna o nell’umiliazione; sia perché nella testa c’è l’insieme di tutti i 5 sensi ed è quindi l’ingresso della memoria emotiva e corporea; sia perché richiama il primo sguardo e le prime ferite narcisistiche; sia perché è una parte del corpo che non possiamo controllare con lo sguardo mentre siamo in relazione. Inoltre il viso, come anche il corpo, è spesso vissuto come qualcosa che si possiede e che deve essere perfetto, un marchio da bollo o un certificato di garanzia, qualcosa con cui contrattare altre cose da avere. Lowen fa notare che “purtroppo la maggior parte delle persone non sono consapevoli dell’espressione del loro viso e non sono dunque in contatto con quello che sono e che sentono (…) Perdere la faccia significa che l’io ha subito un’umiliazione; per questo la gente si sforza di “salvare la faccia”. “Nascondere la faccia” implica un senso di vergogna, di umiliazione dell’io. La persona con un forte io “affronta” le situazioni mentre dal debole, dall’insicuro, ci possiamo aspettare un “voltafaccia”. L’autoespressione coinvolge la faccia, e il tipo di faccia che indossiamo dice molto su chi siamo e su come ci sentiamo”. (1) 
Nella rara sequenzialità intera di un flusso l’uomo vive dei cicli di contrazione e di espansione; la contrazione lieve può far sentire, anche a livello subconscio, dei confini rassicuranti. Questa stessa tranquillità acquisita lascia poi spazio alla curiosità, all’espressione di sé e all’esplorazione dell’altro da sé.

Ma se non c’è percezione della contrazione, ossia della vergogna, né di cosa l’ha determinata e se, poi, gli stimoli alla chiusura, siano essi fisici, psicogeni o traumatogeni, continuano ad esserci e la contrazione diviene cronicizzata, allora la contrazione, nella percezione di un attimo di coscienza, diviene deformità. Non percependo la propria iniziale contrazione per quello che è, questa si trasforma, nella percezione, in senso di deformità. La distorsione diventa sempre più mostruosità, spaventa e viene quindi a sua volta mascherata. Il risultato è la perdita progressiva del contatto con sé. La maschera, infatti, di per sé provoca, se ci si mette in ascolto e la si scopre, dei sentimenti di estraneità e di vergogna, appunto. Allora è più veritiero dire che l’uomo ha vergogna delle proprie maschere, che vergogna di sé o vergogna per essere stato smascherato. Colui che è esule dal proprio vero sé non tollera la vergogna che è diventata essa stessa mostruosità. Osservare tuttavia è ancora possibile; è possibile esplorare il senso di deformità, legata a certi tratti di conversione somatica femminile, come ha fatto Antonella Barina.
Le descrizioni di sirene e mostri della Barina ci riconducono al territorio significante della Papessa: la figura di Ecate. Ella racconta di sé: “L’indizio che mi ha mosso ad iniziare questa analisi è l’aver disegnato una figura mostruosa, senuta, priva degli attributi genitali femminili, dalla lunga coda di pesce avvolta in spirali serpentine, dalle braccia atteggiate al volo (o all’aggressione) che terminano in mani-artigli palmate, dalla capigliatura crespa, nera e abbondante, e dal volto mostruoso” (2).
Riconoscere l’ombra in un insight è certo una fortuna ed un percorso di consapevolezza. La vergogna si apre e si avvia al dissolvimento dopo aver guardato la propria deformità. Rimane il dolore, più o meno a lungo, ma anche la possibilità di lasciar continuare lo smascheramento, per accedere forse poi al luogo della piena e nuda consapevolezza di sé.
La vergogna per il corpo strano è il dolore di una mancanza di auto-riconoscimento, così come è il dolore originario di non riconoscimento, in un non-contatto con la madre che plasma lo sviluppo disarmonico, del corpo reale, della postura, e della percezione di sé. Ma è anche il dolore del riconoscimento di emozioni nate da questo intreccio: l’isolamento, l’invidia, l’attaccamento, ecc. Un insight può essere un piccolo trauma: per una persona comune il dolore viene dall’essere coinvolti e sconvolti dalle ferite e frustrazioni che hanno originato l’invidia o l’attaccamento; per uno yogin o uno sciamano o uno psicoterapeuta ben allenato il dolore viene dall’osservare che fino ad ora queste emozioni non hanno fatto respirare completamente la propria vera essenza, intima, di felicità.
_____________________________________________Note

1 Alexander Lowen, Bioenergetica, Edizione Feltrinelli, cit. p.76 .
2 Antonella Barina, la sirena nella mitologia, la negazione del femminile, Mastrogaicomo Editore, cit. p. 43

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