Alberto Camìci (sri Divya Shakti Yogi) è maestro di Yoga presso
Gruppo Indaco, nonché antropologo e teologo. Questo saggio che offre all’attenzione di tutti i nostri amici e lettori del sito, è una conferenza di teologia mistica cristiana che ha tenuto qualche anno fa presso l’Università Pontificia del Teresianun di Roma, in un convegno dedicato alla preghiera e contemplazione. Presso tale Università per diversi anni ha insegnato come professore invitato nella “Scuola di
Counseling Spirituale”.
Questo saggio sarà presto pubblicato in una monografia che racchiuderà gli atti del convegno suddetto.
Abbiamo chiesto ad Alberto come concilia la sua duplice appartenenza d’anima, cristiana ed induista insieme. Ecco che cosa ci ha risposto:
Se poniamo la questione dal punto di vista teorico e dottrinale, certamente la cosa è di difficile conciliazione. Diversi sono questi due mondi, il loro senso del divino e la loro visione dell’uomo, ma se si va al fondo la distanza si accorcia. A dire il vero però non mi sono mai troppo preoccupato di tale distanza come se fosse un impedimento alla via dell’integrazione, o come se dovessi difendere ora l’una a discapito dell’altra. Piuttosto ho seguito con umiltà e in sincera ricerca quanto avveniva nella mia anima, e cioè la chiamata interiore a cercare il dialogo e le vie di sperimentazione comune, specie nel campo della preghiera e della meditazione, ossia andando al cuore delle rispettive fedi. Per me la religione e la spiritualità sono sempre state una questione di vita più che di dottrina.
Pur conoscendo dal di dentro le rispettive Tradizioni e praticando le loro forme, i loro sacramenti, le loro prassi di liberazione e salvezza, ho aderito soprattutto al mistero di Cristo che và oltre tutte le chiese pur essendo presente in esse. Il valore della sua opera, della sua incarnazione e resurrezione, è un evento universale ed è molto più ampio di tutte le forme nelle quali si può esprimere. Quindi c’è da tenere distinti anche se non separati, il piano dell’adesione intima, personale e profonda al Cristo, con quello delle dottrine, delle teologie e prassi che si sono andate formando intorno alla sua figura, le quali sono soggette peraltro ai cambiamenti del tempo, ad esclusione dei dogmi che fondano la fede cristiana.
Ambedue, la cristiana e l’induista, hanno la coscienza di essere universali. L’Induismo si definisce “sanatana dharma samgha”, religione eterna e universale, perchè iscritta nel cuore dell’uomo ancor prima che i suoi genitori o lui stesso scelga a quale fede appartenere nella sua esistenza. Pertanto è nel cuore e nella mistica di queste due grandi tradizioni spirituali che si deve cercare il modo di “impollinarsi vicendevolmente”, in modo che l’una arricchisca l’altra e contribuisca al progresso dell’umanità intera.
Un momento importante del mio cammino di dialogo e discernimento è stato quando ho preso coscienza che il cristianesimo è anzitutto l’interiorità della fede attraverso l’interiorizzazione personale del mistero, di conseguenza potevo benissimo accogliere anche quanto l’Oriente mi donava nel campo della introspezione aperta alla dimensione del divino.
Per terminare direi dunque nessun sincretismo o facile conciliazione da parte mia, semmai conoscenza, ricerca sincera, spirito di collaborazione, puntando a quanto le rispettive tradizioni possono offrire nel campo delle discipline dell’interiorità per illuminarsi e arricchirsi a vicenda. Le discipline dell’interiorità vanno vissute e vanno sperimentate per poterne dire qualcosa. Questo è anche l’assunto fondamentale dello yoga. Solo allora emergerà il loro valore unificante e liberatorio nella personalità dell’uomo credente. L’una, la cristiana, metterà in evidenza il dono, quello dell’ascolto e dell’accoglienza della parola di Dio, l’altra, l’induista, quella del compito, ossia dell’apertura e cura del Sé interiore. Ma l’una non esclude l’altra, anzi, ambedue hanno in comune qualcosa e possono contribuire alla nascita dell’uomo spirituale.
La nascita, il risveglio interiore dell’uomo a una vita consapevole sono importanti e non vanno dati per scontati in quanto un individuo può esistere si, ma non essere cosciente e quindi non essere libero. Ora a mio modesto parere il cammino di consapevolezza è prioritario a tutto quello che si viene ad aggiungere per portare più coscienza e amore. Il paragone è quello della coltivazione della terra perché si offra tutta alla luce del sole per divenire feconda. La natura umana và coltivata, và educata, affinché la grazia prenda corpo in essa. E l’autore della grazia è lo stesso della natura!
(A. Camìci)