Alberto Camìci - Sri Divya Sakti Yogi
Maestro di Hatha Yoga presso Gruppo Indaco
Velletri - Castelli Romani
Anzitutto che cosa vuole dire il nome Sri Divya sakti Yogi?
Sri come sostantivo sta per: splendore, bellezza, felicità, ricchezza, benessere, maestà; come aggettivo sta per: venerabile, glorioso. E’ anche un nome attribuito a Laksmi, dea della felicità e della bellezza. In questo caso posto dopo il nome che si riceve, diventa una caratteristica peculiare della persona a cui si attribuisce, sinonimo dunque di maestro di yoga: Sri Yogi (yogi altre volte si trova scritto yogin, si pronuncia yoghi).
Divya, è un aggettivo di Deva, significa “divino”, “celeste” o anche “che proviene dall’alto”; ad esso è connessa la divyajyotis (jyotis = luce), la luce interiore che si percepisce durante la meditazione ed è considerata un segno di progresso spirituale; e i divyasiddhi (siddhi = poteri), sono i poteri soprannaturali che si manifestano in chi ha intrapreso un sentiero di ascesi e meditazione. Ma i veri maestri spirituali mettono in guardia da questi poteri in quanto possono stornare l’attenzione dal vero fine del progresso spirituale, il quale deve portare alla liberazione da ogni tipo di condizionamento, alla distruzione della personalità egoica e alla unione con l’Assoluto.
Sakti (si pronuncia shakti), significa “forza, potere, energia”. Personificazione dell’energia primitiva, incarna la forza del Brahaman, ossia l’aspetto dinamico e potenziale di Dio, la vitalità che gli permette di creare, di conservare o di distruggere. Nell’Induismo la grazia della sakti è indispensabile per poter comprendere la dimensione divina. Nel Tantrismo essa è la sposa di Siva (si pronuncia Shiva), ed è posta al centro di ogni culto e iniziativa. Ogni Cakra (si pronuncia chakra) dipende dalla sua specifica sakti, infatti essa può assumere diverse sakti, ossia diverse energie, poteri e forze, che si presentano anche come yogini e devi, o addirittura come dakini.
Yogi è colui che si dedica anima e corpo alla disciplina yoga; il femminile di Yogi è Yogini, colei che si dedica alla disciplina dello yoga.
(devi e dakini, sono rispettivamente divinità e demoni femminili, emanazioni tutte del Potere Supremo e Coscienza Cosmica, che si manifesta ora in modo positivo, o in modo distruttivo, ma sempre al di là di ogni dualismo).
Il maestro Alberto Camìci (Sri Divya sakti Yogi), facendo parte della tradizione tantrica del Sud dell’India, definita come Siddha Siddhanta Yoga, è uno shakta, ovvero adoratore interiore della sakti, mentre all’esterno si presenta come un saiva, un seguace di Siva a cui si attribuisce appunto la Scienza dello Yoga, e nelle riunioni è un vaisnava, ossia un seguace di Visnu, un cercatore di Dio.
Il Siddha Siddhanta Yoga è un sistema vastissimo e completo di yoga tantrico le cui origini sono presenti nelle rivelazioni dei Siddar Saiva, appartenenti alla Sri Kantar Sampradaya.
Il nome ricevuto, sri divya sakti yogi, significa che a lui si attribuisce proprio la pratica e l’insegnamento dello Yoga al fine di diventare un jivamukti, ossia un’anima liberata già in questa esistenza terrena. Non deve apparire una cosa troppo ardua o privilegiata tale condizione di jivamukti, perché divya è proprio quella disposizione d’animo nell’uomo, la più alta, che permette di praticare, insegnare e realizzare la Scienza dello Yoga che deve portare l’individuo alla liberazione, moksha. Divya è connessa infatti all’elemento più nobile dei tre guna, sattva, che designa l’equilibrio, la rettitudine, la serenità e la pace mentale, condizioni necessarie in chi intraprende un cammino interiore, sadhana. Divya è pure la chiarezza solare, legata all’elemento fuoco, pitta nell’Ayurveda. Il sole è connesso al numero 5, ai 5 volti di Siva, il benevolo, e al numero 16, il numero perfetto, (nel linguaggio tantrico il numero 16 diventa la devi Tripura Sundari, la ragazza di 16 anni), che ricorre periodicamente nella fasi dell’uomo e che scandisce il trivarga, ossia i tre obiettivi e i tre fini dell’esistenza umana: artha, ossia il benessere, lo scopo utile; kama, il desiderio o passione conforme alla natura e alla Legge divina; dharma, l’ordine etico universale. A questi tre se ne aggiunge un quarto, la moksha o mukti, ovvero la liberazione dal ciclo delle rinascite, connessa a uno stato di vita particolare che viene definito del “rinunciante”, sannyasin, il quale si pone al di fuori della società per dedicarsi solo al fine supremo. I quattro scopi della vita, purusarha, mirano alla realizzazione di un’esistenza felice, soddisfacendo i bisogni materiali e spirituali in armonia con le norme etiche, in vista dello scopo ultimo.
Le qualità da sviluppare nel divya sono: shraddha, fede, virya, forza, vairagya, distanza. Ossia occorre la fede e la fiducia indefettibile nel portare avanti l’opera intrapresa, la forza d’animo tutta interiore che fa dell’uomo un eroe illuminato dall’alto e la potenza della rinuncia, non nel senso ascetico o moralistico di distacco, ma di attesa, fissando la sua mente in Siva, nella sua potenza immobile e onnipervasiva.
Da qui deriva la ojas, la forza occulta di attrazione, in quanto ciò a cui si rinuncia, viene spontaneamente a chi sta fermo ad aspettare, proprio perché non è interessato ai frutti in modo egoistico, egli opera con distacco seppur conoscendo il mondo. La sua deve essere un opera consapevole. Nella tradizione tantrica ci sono tutta una seria di yogini, devi e dakini, figure queste di una serie di differenti potenze o sakti, che si offrono spontaneamente allo yogi, attratte come sono dalla forza della rinuncia e dell’esercizio, dal tapas, ossia il fuoco ascetico e spirituale.
Lo yoga deve portare alla suprema liberazione e non a un nuovo tipo di condizionamento, ma occorre comunque stare attenti a “cavalcare la tigre”, ossia le forze interiori messe in gioco. Bisogna bruciare la personalità umana e la sua hybris per andare oltre e non per potenziare ciò che va superato. Occorre fare l’azione pura, quella che non crea condizionamenti.
Questo è molto simile a ciò che viene insegnato nella Bhagavad Gita, ossia il Karma yoga, che, ad esempio, va contro il principio di non uccidere e invece spinge a combattere ma in modo distaccato, fissando la mente e il cuore in Dio che è in tutte le forme ed è la suprema volontà, quella ultima e assoluta, che compie indefettibilmente la sua opera. Pertanto il divya è superiore ai riti e alla morale, ma non nel senso di oltrepassare arbitrariamente i limiti, o senza timore di andare contro la legge del dharma. Si può comprendere tale dire nel fissare la propria attenzione in Dio, che è al di là del bene e del male, il bene e il male visti in opposizione creano dualismo, ma il dualismo è proprio ciò che va superato nella Yoga.
Ecco spiegato allora anche l’uso delle passioni. La loro fruizione non è “peccato”, non nel senso religioso e morale che le diamo. Esse liberano come il fuoco quando sono usate senza il fine del godimento individualistico. Occorre allora andare alla radice delle passioni, tanto da dire non: “io amo”, ma: “una forza adesso si manifesta in me come amore” (come l’esperienza c’insegna quando constatiamo che “siamo stati presi dalla passione”), qui non è questione allora di reprimere, ma osservare e mantenere quel surplus di energie interiori da dirigere la forza e non da lasciarsi dominare da essa, altrimenti si “cade”, si “torna indietro” nel cammino spirituale. Si deve mirare ad essere Chakravartim, ovvero il signore della ruota dell’esistenza.
Nello Yoga Classico l’esercizio mira a eliminare le cause della dispersione fin alle loro radici, e a mantenere la mente libera dalle variazioni, salvo poi riconoscere che tale esercizio mai finirà, in quanto a livello inconscio possono sussistere le radici delle passioni e la mente può tornare ad essere instabile. Nello Yoga Tantrico, invece, si devono conoscere alla radice e usarle “liberamente”, poiché questo è lo yoga che usa anche dell’ostacolo come aiuto sul sentiero della liberazione. Ecco spiegata la risoluzione nel Tantra dell’antitesi bogha-yoga. Bogha è infatti la fruizione dei sensi e dei piaceri, lo yoga, invece, è controllo ed armonia. Ma ognuno deve seguire la propria natura perché per tutti c’è il cammino dell’Unione. Occorre esserne consapevoli però e stare in guardia.
L’Hatha Yoga inserito in questo contesto, è uno yoga per i forti e non per i rinuncianti. Un sentiero che non è solo un esercizio psicofisico propedeutico alla meditazione, come lo è nello Yoga Classico, ma una discesa del divino nell’umano, considerando il corpo come un tempio. Infatti nel tantrismo si considera lo Hatha Yoga come il mediatore tra il Raja Yoga e il Kundalini Yoga e il tipo divya, al quale si addice questo yoga, è un uomo o una donna a cui appartengono la possibilità di conoscersi sia nelle dimensioni consce e inconscie, sia in quelle “sottili”, energetiche, luminose, a partire dalla sua corporeità. Il divya è dunque lo yogi in senso stretto, egli è un jivamukta, ossia un liberato in terra.
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Jyoti mudra (Bhagavad Gita 8, 12-13):
“Colui che chiude tutte le porte del corpo, che fissa la mente nel centro del cuore, che invia il prana nella testa, che grazie allo Yoga è saldo nella concentrazione; colui che dimora nel supremo, indistruttibile Om del Brahman, che pensa a me nell’istante in cui lascia il corpo – questi raggiunge la meta suprema.”
Qui il corpo riceve il nome di città dalle nove porte. Lo Yogasastra afferma che l’anima, passando dal cuore attraverso la susumnanadi, arriva al brahmarandra nella testa, e lì diventa una solo cosa con il Supremo.
In pratica la mente (manas) viene ritirata dai tre cakra inferiori, dove risiede la coscienza ordianaria, per passare verso l’alto e rimanere nel cuore. Qui risiede la coscienza superiore risvegliata Caitanya.
Shambhavi mudra: ossia fissare fermamente lo spazio senza battere ciglio.
“Chiuda egli le orecchie con i pollici, gli occhi con gli indici, le nari con i medi e con le altre quattro dita prema insieme il labbro superiore e l’inferiore. Avendo così fermamente racchiusa l’aria, lo yogi vedrà la sua anima in forma di Luce … chi pratica in segreto si riassorbe nel Brahman, anche se ha compiuto opere malvagie. E’ questo il mio Yoga più amato. Col praticarlo gradatamente, lo yogi incomincia a sentire i mistici suoni.” (nada). (Siva Samhita, 5, 22-6).
Nella Gheranda Samhita, 6, 1-22 si parla di Jyotirdhyana:
“Nel Muladhara sta la serpentiforme Kundalini. Là sta il Jivatman simile alla fiamma di una lucerna. Contempla quella fiamma, come il Luminoso Brahman. E’ questa Tejodhyana o Jyotirdhyana”.
“Altro metodo è di contemplare la fiamma di Om, che si trova tra le sopracciglia, sopra il manas. Che lo Yogi la contempli; questo è un altro metodo per la contemplazione della Luce”.
Shanti Mantra:
Asatho Maa, Sad Gamaaya Conducimi dall’ignoranza alla verità
Thamaso Maa, Jyotir Gamaaya Conducimi dall’oscurità alla luce
Mrithyoor Maa, Amritham Gamayaa Conducimi dalla morte alla immortalità
Jyotir lingam è l’immenso lingam di luce, forma assunta da Siva che costrinse sia Brahma che Visnu a riconoscerne la supremazia.
Jyotisha. E’ uno dei sei Vedanga. In senso generale può essere definito scienza dell’atronomia, e in particolare la scienza che determina il giorno più favorevole a compiere una data azione riferita al calendario vedico sacrificale.